Il suo libro, uscito nel 2004 Io sono un Nuba, è la prima opera italiana incentrata su questo "popolo di popoli" (una cinquantina) del Kordofan Meridionale.
Una storia vera, affascinante, spiegata così dall'autore:
I Nuba sono un mito che si rifiuta di morire. I guerrieri e i lottatori Nuba non sono più quelli delle foto di George Rodgers e di Leni Riefenstahl. Non si dipingono più il corpo con le figure geometrice che la Riefenstahl ha reso famose, non tutti hanno il fisico del vincitore portato sulle spalle del vinto della foto-simbolo di Rodgers. Ma continuano a lottare, impegnati nella difesa della loro dignità di persone umane contro un regime che vuole annientarli. Arrivare sui Monti Nuba oggi è difficile, più difficile che in passato, quando li si raggiungeva da Khartoum attraversando il deserto. Bisogna andarci illegalmente, su aerei che il governo di Khartoum potrebbe abbattere giustificando l'azione come protezione della sovranità territoriale, o magari accusando che l'aereo trasporta armi. Ma visitare i Nuba è importante, non solo perché rappresenta uno degli ultimi miti dell'Africa, ma perché l'incanto dell'ambiente naturale delle Montagne Nuba, questi torrioni che si elevano sopra un mare di colline e l'architettura dei villaggi, con le loro case di pietra in cima a colline terrazzate, aiutano a capire l'animo di questa gente forte che nei secoli ha tenuto vivo l'orgoglio di essere africani. Le Montagne Nuba coprono un'area di 50.000 kmq quasi esattamente nel centro geografico del Sudan, il paese che, con oltre due milioni e mezzo di kmq, è il più grande dell'Africa. E' un'area collinosa, mediamente 500 metri s.l.m, da cui si elevano numerose montagne - 99 secondo la leggenda locale - che raggiungono al massimo i 1.500 metri s.l.m., ma che spesso hanno pareti scoscese, e pochi uomini armati possono difendere con facilità i sentieri che si inerpicano ripidissimi fra le rocce. Dal punto di vista etnico è una zona di confine ed un microcosmo dell'Africa. A nord si entra nell'Africa arabizzata, appena più a sud si trova il primo nucleo nilotico, gli Shilluk, la cui cultura si è sviluppata sulle sponde e nelle paludi del Nilo. Sulle Montagne Nuba, si sono arroccati nel corso dei secoli schiavi fuggiti dalle carovane che dal cuore dell'Afirca portavano la loro mercanzia umana verso il mondo arabo. Già subito dopo l'espansione dell'Islam e il crollo dei regni cristiani nella Nubia, sembra che i sopravvissuti si rifugiassero su questa montagne. Fra i Nuba si distinguono oltre cinquanta gruppi etinici, ognuno con un nome particolare, lingua, cultura e tradizioni diverse. Un esempio è l'architettura: le abitazioni sono costruite con materiali e su disegni estremamente diversi, dai muri a secco e bombati che ricordano le rovine dello Zimbabwe, alla creta con porte circolari che ricorda le forme architettoniche dei Dogon del Mali. Eppure questa grande varietà culturale all'interno di un gruppo umano che non raggiunge di due milioni di persone, non ostacola il senso di una comune identità. Alla domanda "A che popolo appartieni?" la risposta non sarà mai "Sono un Tira, o un Otoro, o Tullishi, o Moro, o Miri" ma un orgoglioso "Io sono Nuba". Paradossalmente l'identità Nuba è nata dall'oppressione che costituisce la fondamentale esperienza storica di questo popolo. Nuba è una parola che non esiste in nessuna lingua locale, ma è stata usata per secoli in Egitto e nel Nord Sudan per definire le genti nere, considerate potenziali schiavi. Le diverse società Nuba hanno in comune l'assenza di un potere centralizzato. Non hanno mai avuto capi. I "capi" sono stati inventati ed imposti verso il 1920 dal colonialismo inglese, che aveva bisogno di intermediari locali per poter poter applicare il principio dell'"indirect rule", ma non sono mai diventati parte integrante del modo di vita dei Nuba. Ancora oggi, come è stato per secoli, la coesione sociale dei diversi gruppi è garantita dal rispetto della tradizione, da consultazioni a livello di villaggio, dal consenso necessario per implementare ogni decisione importante, e da istituzioni come i sacerdoti delle religioni tradizionali (Kujur) e dai gruppi di età. Il Nuba è abituato ad essere consultato ed ascoltato nella gestione ordinaria della vita sociale, e a maggior ragione quando sono in gioco decisioni importanti per il futuro di tutti. Questo atteggiamento ha profondamente influenzato anche lo SPLA (Sudan People Libaration Army) che sulle montagne Nuba ha assunto un suo volto particolare ed è stato fin dagli inizi della sua presenza costretto ad abbandonare la rigidità ideologica che lo caratterizzava. Nonostante l'isolamento, i Nuba hanno subito un processo di islamizzazione, che è avvenuto spontaneamente, soprattutto all'inizio di questo secolo. L'amministrazione Britannica nel 1922 con la Closet District Ordinance isolò i Nuba, sanzionanto un dato di fatto. Ma se nessuno entrava nella zona delle Montagne Nuba, non era proibito ai Nuba andare a cercare lavoro a El Obeid e Khartoum. Molti ritornarono islamizzati, e iniziarono un process che poi fu continuato dai mercanti arabi, al punto che oggi l'Islam, nella sua forma "africanizzata" - cioè tollerante e con elementi della tradizione africana - è la religione di almeno il 40% dei Nuba. Ma i Nuba, nonostante il governo Sudanese fin dall'indipendenza li abbia considerati dei mussulmani, stavano prendendo coscienza della loro diversità. Oggi i Nuba sono nell'occhio del ciclone. (Dall'introduzione di padre Renato Kizito Sesana )
"Di questa stagione, sui Monti Nuba le notti sono calde ed è più confortevole passare la notte all'aperto, sdraiati su un angareb - il lettuccio arabo fatto con un'intelaiatura di legno e strisce di pelle di capra intrecciate. Si prende sonno guardando i fuochi che si spengono fuori dalle capanne sulla collina di fronte, accompagnati dai bisbigli e dalle risa dei bimbi che nelle capanne vicine si stanno probabilmente scambiando le loro impressioni sul khawaja (il bianco) che ogni tanto arriva da lontano. E ogni volta che si riaprono gli occhi, ci si trova immersi nell'universo.
Mi alzo. Gli amici nuba che mi accompagnano non si muovono. Hanno voluto lasciarmi il privilegio dell'unico angareb che ieri sera era disponibile, loro dormono su stuoie poste direttamente sulla terra. Questo respiro leggero è il loro, o è il respiro del creato? "
Padre Kizito è tornato ancora e anche recentemente tra i Nuba, e di questo suo viaggio ci regala una fotografia scritta tra un volo preso... al volo, una foratura, un'immagine deliziosa e nel contempo tragica di un popolo che ha saputo rialzare sempre la testa.
Ecco le sue parole:
Sono a Loki. Era uno sperduto villaggio Turkana nel Nord del Kenya, al confine col Sudan, quando ci sono passato la prima volta nel febbraio del 1989, successivamente e’ diventato centro operativo della quella che e’ stata la piu’ lunga e costosa operazione umanitaria delle Nazioni Unite, l’ Operation Lifeline Sudan, o OLS. Sono appena uscito dopo poco piu’ di 48 ore sui Monti Nuba. Piu’ di un giorno intero diversi voli per entrarci, poco meno di un giorno per uscire. Saltando da un aereo all’ altro, l’ultimo, un grande Antonov cargo, preso letteralmente di corsa, mentre coi motori gia’ al massimo iniziava a muoversi sulla pista di Kauda. Sono entrato dal portellone posteriore a scivolo ormai pronto a chiudersi, e gli amici Nuba sono riusciti a buttarmi dentro il bagaglio prima che si chiudesse l’ultimo spiraglio.
Un viaggio segnato dalla presenza invasiva delle capre. Arrivando a Kauda su un aeroplanino con altri cinque passeggeri, il pilota ha tentato tre volte di atterrare, sempre ostacolato da un gregge di capre che non avevano nessuna intenzione di spostarsi, fino a che un pastorello e’ arrivato di corsa e le ha convinte a lasciarci via libera. Poi carne di capra a pranzo e a cena, per due giorni. Un capretto ieri sera si era pensosamente accomodato sul mio “letto”, non so quanto a lungo, ma per il tempo sufficiente da impregnarlo del suo odore e a costringermi a dormire legandomi sul naso un fazzoletto impregnato di succo di limone. Poco comodo, ma l’alternativa sarebbe stata dormire all’ aperto, per terra. Altre capre ci guardavano beffarde stamattina, mentre cercavamo disperatamente di far ripartire l’ auto insabbiata per non arrivare in ritardo all’ aereo, che poi appunto abbiamo rischiato di perdere.
Nel viaggio di andata verso i Nuba ho fatto una sosta di qualche ora a Rumbek, in Sud Sudan. C’ero stato per la prima ed ultima volta nel luglio del ’97, accompagnando l’allora Amministratore Apostolico, mons. Mazzolari e l’ ambasciatore che gli USA avevano ritirato alcuni mesi prima da Khartoum. Era con me, in funzione di video-operatore, Andrew Awour, uno dei primi ragazzi di Koinonia a Nairobi. Andavamo a prendere visione di cio’ che era rimasto della citta’ a della missione cattolica, pochi mesi dopo che era stata conquistata dallo SPLA. Dall’aeroplanino, anche volando bassi, si vedevano pochissime tracce di presenza umana. Dopo l’atterraggio venni subito bloccato dal personale delle famigerata “polizia segreta” dello SPLA che mi informo’ di essere “un rischio per la sicurezza del sud Sudan” e mi obbligo’, usando come argomento 4 Kalashnikov puntati, ad aspettare all’ ombra dell’ala dell’ aereo che gli altri tornassero dal giro di ispezione.. Gli altri, anche i due gorilla dell’ ambasciatore, preferirono fingere di non vedere e di non capire, per evitare incidenti. Solo Andrew ritorno’ sui suoi passi e si fermo’ a protestare, e voleva restare con me, ma lo convinsi ad andare a fare il video. Andrew mori nel novembre dello stesso anno, in un banale incidente stradale. Una perdita che un quel momento avrebbe potuto essere fatale per Koinonia, tanto centrale la sue figura are diventata per l’allora piccolissima comunita’. Oggi per gli standard sudanesi, Rumbek e’ una cittadina: qualche strada, qualche casa in muratura, molte capanne in fango e paglia, molte ONG e molti servizi disponibili alla gente, scuole e ospedali. Siamo al colmo della stagione secca, e c’era un caldo feroce, certamente sopra i quaranta, e meno sopportabile del caldo dei Monti Nuba, dove l’ aria e’ sempre mossa.
Ho fatto questa escursione sui Monti Nuba per riportare con me a Nairobi un maestro bisognoso di cure mediche non disponibili sul luogo, e ne ho approfittato per rimpinguare le casse dei progetti con un po’ di fondi in contanti e visitare le sue scuole elementari e l’ istituto per la preparazione dei maestri. I progetti funzionano bene, insegnanti e alunni sono impegnati al massimo, ma la finanze vacillano. Con la pace in Sudan i Nuba sono sono neanche piu’ nella lista non dico delle emergenze, ma neanche in quella delle necessita’ croniche. Cosi la cooperazione internazionale se ne va. Se non troviamo qualche modo nuovo per sostenere queste scuole non so come faremo a continuare.
E’ stata un’ opportunita’ anche per incontrare i nostri “maestri missionari”. Quasi esattamente due anni fa durante una delle mie visite ai Nuba mi ero trovato ad avere tre circostanze favorevoli: la prima era che era la stagione secca e si poteva viaggiare abbastanza discretamente, poi avevo tre giorni liberi e avevo anche a disposizione un’ auto in condizioni decenti. Decisi di tentare il viaggio da Kauda a Kau, il mitico villaggio Nuba dove la Leni Riefenstahl aveva scattato a meta’ degli anni settanta delle foto che sono diventate iconiche per chi si interessa di fotografia: i lottatori Nuba, i loro volti dipinti con disegni geometrici di incredibile bellezza fantasia, le danze delle ragazze. A Kauda due Nuba erano disposti ad accompagnarmi e uno diceva di sapere la strada. Stimavano che ci sarebbero volute delle 5 alle sei ore d’auto. Cosi una mattina alle 7 siamo pariti in cerca della mitica Kau, col il pick-up Toyota 4×4 con bidone con 60 litri di diesel, tende e qualcosa da mangiare. Cammina e cammina, attraverso paesaggi da mille e una notte, anzi guida e guida, e dopo cinque, sei, sette ore comincio a pensare che la mia guida non sappia dove siamo. Ma lui mi assicura del contrario, anche perché, facendosi la notte vicina sembrava la cosa piu’ ragionevole da farsi. La pista dopo qualche ora era scomparsa, e mantenevamo una media di non piu’ di 20 kilometri all’ ora, attraversando lentamente boschi, savane, wadi (o letti di fiumi temporanei che nella stagione secca non hanno acqua) sempre col pericolo di insabbiarci e non muoverci piu’. Devo usare tutte le mie risorse e esperienze di guida in Africa. Dopo un falso allarme alle otto di sera, una sera senza luna, finalmente alle nove e mezza siamo arrivati. Meno male perche’ il diesel sta per finire. La pista si fermava in mezzo ad alcune capanne. E dalle capanne uscirono delle persone vestite con i lungi gellaba arabi. Scendiamo per chiedere dove siamo, ma le cose non sono cosi semplici. Siamo in Africa, nell’ Africa tradizionale, dove prima di scambiarsi informazioni e’ importante conoscersi. Ci confermano che siamo a Kau, ma dobbiamo sederci, aspettare che ci portino acqua da bere e kisra con carne da mangiare. Poi ci chiedono la ragione del nostro viaggio. Spiego che vorremmo stare un giorno con loro, e incontrare il loro “mek”, il re. Assentono, offrono di accompagnarci dal mek., che , dicono, e’ mezz’ora di distanza se si va a piedi. Faccio salire altri due accompagnatori sull’ auto, ma i nostri due che vanno a sedersi nel cassone scoprono con allarme che probabilmente durante l’ ultima fase del viaggio quando eravamo tutti stanchissimi e non capivamo piu’ niente, il box del diesel sie era rovesciato. Eravamo senza diesel a circa 250 km da Kau.
E’ arrivato l’ aereo. Chiudo e fra poche ore a Nairobi inseriro’ questo testo nel blog. Continuero’ la storia domani.
Ci avviamo verso la capanna del mek, e foriamo… Abbiamo solo una ruota di scorta, un’altra foratura e non ci muoveremo piu’. Comunque cambiamo la ruota e sono ormai passate le 11 quando arriviamo vicino alla capanna del mek. Non si scompone, sta dormendo all’ aperto su un tradizionale hangareb. Si infila la giallaba e ci riceve con grande gentilezza. Ancora acqua, ancora kisra con carne. Bisogna per forza rilassarsi e non pensare a che non abbiamo piu’ diesel e ruota di scorta. Il mek avra’ quarant’anni, parla un inglese stentato ma preciso e comprensibile, e’ estremamente gentile e contento della nostra visita. Dopo ulteriori convenevoli e una tazza di the caldo ci fa indicare le capanne dove passare la notte.
Al mattino grande raduno, presentazione di tutti, e visita ufficiale all’ unica cosa che il mek considera all’ altezza dei visitatori: la scuola. Con nostra meraviglia infatti troviamo una scuola elementare con quasi 400 bambini e due maestrine arabe, inviate da Khartoum. L’ edificio e’ in pietre, mattoni e cemento, terminato da pochi mesi, col tetto in lamiere zincate, molto solido e spazioso, potrebbe ospitare almeno il doppio degli alunni. Il mek ci chiede con insistenza di inviargli due altri maestri, perche’ le due ragazze non ce la fanno.
Intanto vediamo quanto sia vero quello che mi avevano riportato. In conseguenza di fatti non ancora chiari avvenuti alla fine degli anni 80 – un attacco militare di cui governo e SPLA si attribuiscono reciprocamente la responsabilita’ - tutto il villaggio di Kau e’ passato dalla parte del governo e sono tutti ufficialmente musulmani. La nudita’ delle foto della Riefenstahl non solo e’ scomparsa sotto le grandi gellaba, ma e’ vissuta come un passato di cui vergognarsi. I disegni tradizionali sono scomparsi dappertutto. Resta il paesaggio di grandi rocce, l’architettura della capanne simile a quelle dei Dogon del’ Burkina Faso, ma durante la lotta che organizzano per noi al pomeriggio sembra che i lottatori si siano messi addosso tutti i vestiti che avevano a disposizione. E’ penoso che un passato di grande bellezza, che esprimeva certamente una grande armonia interiore, sia stato non solo cancellato, ma demonizzato. Ma ogni accenno all’ argomento, ogni richiesta di incontrare persone che hanno conosciuto la Riefenstahl, causa irrigidimento e chiusura. Il mek sa che sono un missionario, chiede una nostra presenza, fatica a capire che e’ una richiesta che va ben al di la’ delle mie forze. Ma gli prometto che appena possibile gli manderemo da Kauda due dei nostri maestri.
Dove’ il piu’ vicino distributore di diesel? A Kauda. Ma a qualcuno viene in mente che c’era un mulino per macinare il mais, e’ rotto ormai da anni, ma quando funzionava aveva un motore diesel. Non ci sembra vero quando troviamo quasi cento litri di diesel in un vecchio bidone.
Il ritorno fu peggio dell’ andata. Il diesel era sporchissimo e inizialmente ogni venti kilometri poi smepre piu’ spesso. dovevamo fermarci e pompare a forza il diesel attraverso il filtro, dopo aver cercato in qualche modo di pulirlo. Ma siamo rientrati, perfino senza un’ altra foratura.
Era il marzo del 2006. Non sono riuscito a mantenere la promessa di mandare i maestri a Kau se non nell’ ottobre del 2007, e per farmi perdonare di maestri gliene ho mandati tre. Con l’ istruzione di essere una presenza discreta, che si impegnino al massimo per far crescere la qualita’ dell’ insegnamento nella scuola, di essere anche al servizio delle richieste di alfabetizzazione degli adulti. E di rispettare la cultura e le scelte presenti della gente.
Due dei nostri maestri missionari erano a Kauda in questi giorni, per chiedere altri libri e quaderni. Ci sono arrivati dopo un viaggio di tre giorni, in parte a piedi e in parte con passaggi sui pittoreschi camion dei mercanti arabi che di tanto in tanto passano per queste strade. Come vanno le cose a Kau? “Bene, i bambini assorbono l’ insegnamento come spugne. Ogni tanto c’e’ qualche brontolio di qualche isolato fanatico musulmano contro questi maestri mandati da un bianco, ma la gente e’ buona e gentile, ed e’ contenta della nostra presenza. Se Dio vuole, aiuteremo a stabilire un buon dialogo con tutti.”.
Le immagini che riporto qui sono tratte in parte dall'opera di Leni Riefenstahl (V. nota inizio articolo di Padre Kizito)

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