lunedì, 31 marzo 2008

Si dice sempre così quando nel pubblicare una notizia si fa qualche pasticcio.

Che io non sia la maga del web già lo sapete e non voglio ripetermi: diventerei tediosa.Magical E:10423

Del resto basta guardare i links: alcuni compaiono più volte. Ogni volta che cerco di toglierli, i dannati si aggiungonoNot this one:10122un giorno capirò!

L'intenzione era di fare una precisazione (circa il mio concetto di libertà) sul post di ieri HAVE YOU FORGOTTEN?  il risultato è sotto gli occhi di chiunque: il post non c'è più e con esso ci è andato di mezzo anche il pensiero della mia amica Sonia What have I done:9813 (perdonami).

Buona notte, Amici, e domani attenti ai pesci d'aprile! Colorful fish:10704 

postato da: aironedistelle alle ore marzo 31, 2008 23:43 | Permalink | commenti (1)
categoria:accuse e scuse senza ritorno
lunedì, 31 marzo 2008

Lo so che vi sembrerò pazza, ma non riesco a gioire così tanto dell'assegnazione dell'Expo alla mia Milano.

E vi spiego anche perchè in poche parole.

Temo che tutto questo non sarà immune da interessi di ogni tipo, corse all'appalto più o meno pulite, assegnazioni familiari.....

Spero di sbagliarmi, mi piacerebbe per una volta potermi ricredere sul fatto che non siano sempre tutti così, ma sono sempre gli stessi quelli che l'hanno ottenuto, sono sempre loro.

Vi lascio qualche foto (grazie CdS).

Dei vincitori, della panoramica che avremo davanti Roberto ed io anzichè i meravigliosi tramonti senza barriere.

Un confronto tra Milano 1906 (primo Expo) e la Milano del 2015: sono un'incurabile romantica forse, non sono contro il progresso, sarebbe follia, ma contro i mostri architettonici, le brutture che mi rovinano la natura, la vista e il sonno... beh proprio non mi vanno giù.

Sarà che se non ci fosse la Moratti mi sentirei meglio Uuuu:11643che ti fanno?oh mostriCosportami via sta banda di sbandatiMilano mia portami via INGRESSO D E LA SCIGHERA L

postato da: aironedistelle alle ore marzo 31, 2008 23:07 | Permalink | commenti (3)
categoria:dedicato a, due parole in amicizia, fotografia che passione, ah la vita
sabato, 29 marzo 2008

non avete niente da fare, spostate tutte le lancette di tutti gli orologi che avete in casa..... vedrete che la domenica vola!Bored bandog:9669

 

Buona Domenica a Tutti

Birds nest:10639

postato da: aironedistelle alle ore marzo 29, 2008 22:25 | Permalink | commenti (3)
categoria:a volte ritornano
giovedì, 27 marzo 2008

Una serata d'Autore quella di ieri sera allo Smeraldo a Milano: un Vecchioni così intenso da lasciarti dentro una strana sensazione.

Un teatro che si riempie quasi completamente intorno alle nove meno un quarto, ma per gli ultimi posti ancora liberi dobbiamo attendere che i ritardatari si accomodino e con noi attende anche Roberto, anfitrione spledidamente generoso come e più di sempre.

La consueta entrata a luci basse, da sinistra, sulle note di L'Ultimo Spettacolo, ce gli sgorga dal cuore prima ancora che dalla sua voce un pochino roca: forse stanchezza, forse sigaro fumato in fretta e nervosamente, nell'attesa che alcuni suoi ospiti finiscano di fare i propri comodi.

Un sorriso accompagna le sue parole: la musica è vita, e quindi mai sarà ultimo spettacolo. Applaude il pubblico, ma è un pubblico da Milano Bene, da salotto del sabato sera traslocato, bontà sua, di mercoledì nel salotto di Roberto Vecchioni.

Le note di Vorrei essere tua Madre, la dedica molteplice ai 27anni trascorsi con la compagna, alla quale non fa mai mancare in ogni suo spettacolo il suo omaggio d'amore, devozione e gratitudine, quale artefice della sua rinascita alla vita.

Così si susseguono tra un travolgente Sogna ragazzo Sogna, un sussurrato e insinuante nella sua dolcezza Gli Anni con una Biagini da encomio, un monellesco Violinista sul Tetto senza De Sio ma altrettanto gradevole, e tante altre ,le note della sua e della nostra vita, dei suoi e dei nostri sogni, delle sue e delle nostre rabbie davanti a questo mondo assopito.

Ma un po' assopito è anche il suo pubblico di questa sera: un pubblico troppo borghese, lo specchio della famosa maggioranza silenziosa, quella "che non muove un dito" come disse Roberto in una recente intervista. Infatti questa sera, pur toccando argomenti politici, sociali e umani, Vecchioni non ha lo stesso impeto del concerto del 9 febbraio.

Improvvisamente percepisco tra il pubblico una mancanza: i giovani.

Ecco chi è in minoranza questa sera: i ragazzi, i suoi Comici spaventati Guerrieri mi sembrano così pochi o sono così pochi....

E senza di loro anche il Prof sembra più malinconico.

Applausi? sì tanti, era impossibile non farli. Ha dato tutto di sè e ancora di più di quanto non abbia fatto mai, a mio parere.

Si è commosso spesso, ha trasmesso l'emotività profonda della sua Le Rose Blu, la passione di una Luci a San Siro non cantata, ma bisbigliata nel cuore di chi lo ama da sempre per la sua poesia della vita.

Ha alternato con brio musica e parole di condanna del vuoto sociale come Questi Fantasmi, Mond Lader, alla dolcezza della dedica alla sua Francesca in Figlia: un dialogo tutto suo, tra lui e la sua adorata Tetta come la chiamavano da piccola.

Non ci ha fatto mancare Voglio una donna, cantata con un costante sorriso birichino, quasi lo divertisse ancor più del solito risvegliare la mai sopita polemica di chi fraintese il senso, e ancora oggi non vuol capire.

E nemmeno La Viola d'Inverno è stata dimenticata: e la strana sensazione dentro ti scava. Sarà che non sono più una ragazzina, sarà che Vecchioni ha da sempre dato un'anima a molti eventi della mia vita, saranno i lampi dei suoi occhi che quando incrociano la platea ti danno una carica che dura per ore.....

Sarà quella voce così profonda in certi momenti da sembrarti solo per te, oppure così potente da riuscire ad esprimere in maniera inconfondibile la rabbia o la gioia......

Ma alla fine la standing ovation gliela abbiamo fatta noi 5 amici relegati nella settima fila, già proprio quelli che da sempre hanno i brividi grazie a lui. E non ce ne è fregato niente degli sguardi di disapprovazione dei benpensanti che probabilmente saranno proprio quelli che - Roberto perdonali - voteranno moderato!

Ancora una volta GRAZIE ROBERTO, e anche se ci dispiace un po' di non riuscire mai a stringerti la mano dopo i concerti, e sotto sotto ci stanno un po' sulle scatole quelli che a voce tonante vengono chiamati ad un appello di quelli che ci sembrano raccomandati, sentilo comunque il nostro abbraccio, sempre più ricco di affetto.

laura (sabato stelle) roberto maria gianni laura

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postato da: aironedistelle alle ore marzo 27, 2008 23:18 | Permalink | commenti (8)
categoria:magico roberto vecchioni
martedì, 25 marzo 2008

Ieri mattina la maggioranza dei ragazze e ragazzi de tutti i progetti che Koinonia gestisce a Nairobi si sono ritrovati a Kivuli per celebrare insieme la Pasqua. Una folla di quasi 300 giovani, di tutti i diversi popoli del Kenya, accomunati dalla voglia di vita e di risurrezione.

Ho fatto un breve commento al Vangelo, ed ho creduto importante raccontare di Daniel e di Martha. Man mano che procedevo nel racconto l’ attenzione si e’ fatta tesissima. Nessuno dei presenti,  a parte i nostri operatori sociali, li conoscevano, ma i fatti che raccontavo erano parte della loro esperienza di vita in strada. Abbiamo insieme promesso che ci impegniamo in tutti i modi possibili perché episodi di questo tipo non si ripetano più.

Dopo il pasto di riso, verdura e carne si sono scatenati i nostri acrobati, attori, cantanti rapper, danzatori, giocolieri. E per la prima volta si e’ esibito il Koinonia Children Choir. Settantotto coristi provenienti da tutte le nostre case. Devo ammettere che non e’ stato un gran  successo, hanno bisogno ancora di tanta pratica, ma erano i “nostri’ e tutti hanno tifato per loro.

Con queste parole Padre Kizito ci insegna a combattere il dolore con la speranza.

E con le immagini del bellissimo Coro ci regala anche un sorriso.

coro © tutti i diritti riservati

postato da: aironedistelle alle ore marzo 25, 2008 11:31 | Permalink | commenti (1)
categoria:briciole di cuore, la nostra africa, sorsate di speranza
martedì, 25 marzo 2008

                         

                         

                 

  Vecchioni:

 «Chi ha ancora dei sogni viene a sentirmi»

(Marcello Parilli CdS) 

Questa è una metropoli fantasma: sfugge dal cuore e dalle mani

Un disco di cui è innamora­to che vende bene Di rabbia e di stelle" è un album vero, scultoreo, che raccoglie l'eredità della grande canzone d'autore degli anni 60-70», dice) e un tour nei teatri che va a gonfie vele. Con queste premesse Roberto Vecchioni tor­na allo Smeraldo dopo neanche due mesi, «a. grande richiesta» dei suoi fan. «E gente che ha anco­ra dei sogni importanti per sé e per il mondo, che non si ricono­sce nella logica dei consumi e guarda oltre la carriera. Una pas­sione che è quasi un piccolo cult tramandato ai figli, perché ai con­certi ci sono moltissimi ragazzi. E non mi importa se non ho una platea sterminata In questo sono un po' snob, lo ammetto, ma è uno snobismo intellettuale, non sociale. C'è una legge ferrea: se il mio pubblico mi ama incondizio­natamente, gli altri non mi capi­scono e girano alla larga. Tipo quelli che non vogliono ascoltare i propri sentimenti fino in fondo, i cafoni e i personaggi squallidi o politicamente troppo accesi, per­ché non c'entrano nulla con me e le mie canzoni».

Canzoni che il «Professore» scrive quasi su misura: «Mi identifico molto nel mio pubblico, e quando scrivo una canzone so esattamente cosa proveranno ascoltando la. So quello che li emoziona e uso un modo di scri­vere che a loro piace moltissimo, in sintonia con la loro vita e il 10­ro modo di pensare».

Quello che invece a Vecchioni

piace up. po' meno è la Milano di oggi: «E vero che alla mia età si guardano le cose con meno slan­cio' ma è diventata una città fan­tasma. Non riconosci nessuno e quelli che riconosci scappano su­bito. Ti sfugge dalle mani, dal cuo­re e dall'anima Non ci sono più Brera, la Galleria di una volta, le Scimmie, i cabaret dove trovarsi a dire scemenze, i Navigli sono un guazzabuglio di ristoranti per paroenu. Qualcosa c'è ancora, ma non esiste più 'lo spirito degli an­ni '60 e '70, che a Milano sono sta­ti meravigliosi». C'è veramente così poco da salvare? «Una volta Milano era un faro dell'umanesi­mo, oggi è scaduta, ha perso la sua identità culturale e mi ricor­da la ~os Angeles di "Biade Run­ner". E una metafora della deca-

. denza occidentale, come diceva Woody Allen di New York. La gen­te ci viene per campare, dell'arte non gliene frega più di tanto».

E per la gioia della mente e del cuore, per Natale Roberto ci farà un

 altro regalo: il seguito del meraviglioso "Viaggi del tempo immobile".

 

Racconti quindi da assaporare, lasciandoli scendere nell'anima. 

Il mio regalo post Pasqua agli Amici del mio divano al cioccolato, questa dolcissima anteprima.

Pony-tailed girl:11648

 

DSC_0003 © l&r vals tutti i diritti riservati

 

lunedì, 24 marzo 2008

Si chiamava Daniel Mburu, avrà avuto 16 anni, ed era un uno dei più giovani nel gruppo dei ragazzi e ragazze di strada che vivono nutrendosi dei rifiuti del Kenyatta Market. Sabato sera, Sabato Santo, mentre ci preparavamo a celebrare la Resurrezione, Daniel con altri amici era nella sua solita area. E’ incominciato a piovere forte - e’ ormai quasi una settimana che la stagione delle piogge e’ iniziata – e Daniel  ha deciso di prendere un autobus che andava verso il centro di Kibera. “Ho i soldi per pagare due biglietti” ha detto agli amici, cosi Martha Ngocha, una ragazzina di forse 14 anni, e’ saltata sull ‘autobus con lui. Ma quando il bigliettaio li ha visti e li ha giudicati come gente di strada, non ha voluto sentir ragioni e li ha brutalmente spinti fuori dalla porta del veicolo che si era appena rimesso in movimento. Daniel e’ caduto ed ha picchiato la testa sul marciapiede, Martha ha avuto la sua caduta protetta dal corpo di Daniel, ma poi la ruota posteriore dell’ autobus le e’ passata sopra spezzandole una gamba.

Gli amici li hanno presi di peso e li hanno portati all’ ospedale, ce n’e’ uno non troppo lontano. All’ ospedale hanno detto che ormai Daniel era morto, potevano lasciare Martha che l’avrebbero ingessata. Cosi gli amici col corpo di Daniel, al buoi, evitando le auto che sfrecciavano sotto la pioggia, sono andati prima alla stazione di polizia e denunciare il fatto, e poi lo hanno portato all’ obitorio pubblico.

Bonny c’era. Non manca mai quando qualcosa di importante succede ai suoi amici del Kenyatta Market. Mi ha mandato un sms, ma ormai non c’era più niente da fare.

Stiamo solo cercando di denunciare questo fatto. Non si deve morire cosi, buttati fuori da un autobus come un sacco di spazzatura, a 16 anni. Dopo una vita di abusi e di stenti.

Ma anche questa e’ una storia di Pasqua a Nairobi.

Padre Kizito

 

postato da: aironedistelle alle ore marzo 24, 2008 11:04 | Permalink | commenti (3)
categoria:la nostra africa
venerdì, 21 marzo 2008

Lo sapete che sono la donna degli "Appelli"...

22 marzo giornata mondiale dell'acqua

Da Amref ricevo questo invito a guardarci un simpatico cartoon:

Assisti alla partita per il risparmio di Demetrio Albertini e Fabio

Caressa.

 

http://www.amref.it/index.cfm

 

 

Se poi ci sentiamo più buoni che mai, un SMS al

4 8 5 8 8

aiuteremo con un euro a portare acqua a un milione di africani

BUONA PASQUA A TUTTI

e

GRAZIE DELLA VOSTRA AMICIZIA

PL105

postato da: aironedistelle alle ore marzo 21, 2008 18:20 | Permalink | commenti (7)
categoria:briciole di cuore, francobollo, due parole in amicizia, la nostra africa
giovedì, 20 marzo 2008

Ricevo questa notizia dall'Ansa e la riporto, per dovere di cronaca.

Forse domani sarà già smentita?!?

Messaggio Bin Laden accusa il Papa

 

'Coinvolto' in crociata anti-islamica, minacce anche all'Ue


(ANSA) - WASHINGTON, 19 MAR - Osama bin Laden accusa il Papa di essere

 coinvolto nella crociata anti-islamica.

L'attacco in un messaggio audio del capo di Al Qaida. Il messaggio audio, della

durata di poco piu' di 5 minuti, afferma

che le vignette su Maometto sono parte di una crociata anti-islamica per la quale

minaccia l'Unione europea di una 'grave

punizione' e accusa anche il Papa di essere parte di questa crociata, secondo il sito

 Usa SITE Institute.

19 Mar 23:34

postato da: aironedistelle alle ore marzo 20, 2008 00:25 | Permalink | commenti (6)
categoria:dovere di cronaca
mercoledì, 19 marzo 2008

Chi ha avuto la fortuna di conoscere Padre Renato Kizito Sesana sa cosa significa il suo impegno per l'Africa.

Nella giornata dedicata ai papà, presenti, assenti, latitanti pro tempore o per sempre, mi piace raccontarvi di lui.kizitoandanitasgirls

"Renato Sesana nasce a Lecco nel 1943. Si diploma come perito meccanico e lavora qualche anno come tecnico alla Moto Guzzi di Mandello. Qui matura la sua vocazione religiosa che lo porta ad entrare nei missionari comboniani. Assunto il soprannome di "Kizito" (che era uno dei martiri ugandesi, 1886), viene ordinato sacerdote nel 1970 e subito comincia a lavorare nel mensile Nigrizia, che dirigerà dal 1973 al ’75. Quindi si laurea in Scienze politiche all’Università di Padova, nel 1977, con una tesi sui neri americani nella chiesa cattolica.

Qualche mese dopo parte per lo Zambia, dove trascorre tre anni in una missione rurale per poi essere trasferito alla periferia di Lusaka. Nel 1988 è a Nairobi, in Kenya, dove fonda New People, un periodico diffuso in molti paesi dell’Africa anglofona. Quindi, nel 1991, sulla scia dell’esperienza maturata nella capitale zambiana, fonda a Nairobi la comunità “Koinonia”: ne fanno parte oggi una dozzina di membri, alcuni dei quali con le rispettive famiglie.

Da Nairobi compie numerose missioni tra le popolazioni sudsudanesi flagellate dalla guerra, in particolare sui monti Nuba, e continua un'intensa attività pubblicistica: titolare di una seguita rubrica sul Sunday Nation
, ha dato vita ad
Africanews, agenzia di articoli e notizie di "africani che raccontano l'Africa"; nel 2001 ha anche lanciato un trimestrale di teologia africana esclusivamente online: African Scribe (nel numero di Nigrizia di ottobre 2002 racconta perché ha dovuto desistere).

Dopo
Occhi per l'Africa ha pubblicato, con Stefano Girola, La Perla Nera. Nel marzo del 2003 pubblica  Matatu: in viaggio con l'Africa, edizione che raccoglie i suoi "Matatu". Il suo più recente lavoro è Io sono un nuba. Dalla parte di un popolo che lotta per non scomparire , curato da Pier Maria Mazzola e pubblicato nell'ottobre 2004.

Si intitola invece
Made in Africa il libro in cui Anna Pozzi racconta le diverse iniziative - per ragazzi e bambine di strada, il network per la pace... - nate attorno a Koinonia.

Padre Sesana, cui è stato attribuito il
premio Vita Nova 2002, è attualmente incaricato dell'avvio dell'emittente radiofonica della Conferenza episcopale in Kenya.

Attualmente continua a promuovere le iniziative di Koinonia, in
Kenya, tra i nuba, e in Zambia, in particolare le attivita’ per i bambini di strada sia a Nairobi che a Lusaka e le attivita’ per la pace attraverso Africa Peace Point." © dalla biografia di Padre Kizito

Il suo libro, uscito nel 2004 Io sono un Nuba, è la prima opera italiana incentrata su questo "popolo di popoli" (una cinquantina) del Kordofan Meridionale.

Una storia vera, affascinante, spiegata così dall'autore:

I Nuba sono un mito che si rifiuta di morire. I guerrieri e i lottatori Nuba non sono più quelli delle foto di George Rodgers e di Leni Riefenstahl. Non si dipingono più il corpo con le figure geometrice che la Riefenstahl ha reso famose, non tutti hanno il fisico del vincitore portato sulle spalle del vinto della foto-simbolo di Rodgers. Ma continuano a lottare, impegnati nella difesa della loro dignità di persone umane contro un regime che vuole annientarli. Arrivare sui Monti Nuba oggi è difficile, più difficile che in passato, quando li si raggiungeva da Khartoum attraversando il deserto. Bisogna andarci illegalmente, su aerei che il governo di Khartoum potrebbe abbattere giustificando l'azione come protezione della sovranità territoriale, o magari accusando che l'aereo trasporta armi. Ma visitare i Nuba è importante, non solo perché rappresenta uno degli ultimi miti dell'Africa, ma perché l'incanto dell'ambiente naturale delle Montagne Nuba, questi torrioni che si elevano sopra un mare di colline e l'architettura dei villaggi, con le loro case di pietra in cima a colline terrazzate, aiutano a capire l'animo di questa gente forte che nei secoli ha tenuto vivo l'orgoglio di essere africani. Le Montagne Nuba coprono un'area di 50.000 kmq quasi esattamente nel centro geografico del Sudan, il paese che, con oltre due milioni e mezzo di kmq, è il più grande dell'Africa. E' un'area collinosa, mediamente 500 metri s.l.m, da cui si elevano numerose montagne - 99 secondo la leggenda locale - che raggiungono al massimo i 1.500 metri s.l.m., ma che spesso hanno pareti scoscese, e pochi uomini armati possono difendere con facilità i sentieri che si inerpicano ripidissimi fra le rocce. Dal punto di vista etnico è una zona di confine ed un microcosmo dell'Africa. A nord si entra nell'Africa arabizzata, appena più a sud si trova il primo nucleo nilotico, gli Shilluk, la cui cultura si è sviluppata sulle sponde e nelle paludi del Nilo. Sulle Montagne Nuba, si sono arroccati nel corso dei secoli schiavi fuggiti dalle carovane che dal cuore dell'Afirca portavano la loro mercanzia umana verso il mondo arabo. Già subito dopo l'espansione dell'Islam e il crollo dei regni cristiani nella Nubia, sembra che i sopravvissuti si rifugiassero su questa montagne. Fra i Nuba si distinguono oltre cinquanta gruppi etinici, ognuno con un nome particolare, lingua, cultura e tradizioni diverse. Un esempio è l'architettura: le abitazioni sono costruite con materiali e su disegni estremamente diversi, dai muri a secco e bombati che ricordano le rovine dello Zimbabwe, alla creta con porte circolari che ricorda le forme architettoniche dei Dogon del Mali. Eppure questa grande varietà culturale all'interno di un gruppo umano che non raggiunge di due milioni di persone, non ostacola il senso di una comune identità. Alla domanda "A che popolo appartieni?" la risposta non sarà mai "Sono un Tira, o un Otoro, o Tullishi, o Moro, o Miri" ma un orgoglioso "Io sono Nuba". Paradossalmente l'identità Nuba è nata dall'oppressione che costituisce la fondamentale esperienza storica di questo popolo. Nuba è una parola che non esiste in nessuna lingua locale, ma è stata usata per secoli in Egitto e nel Nord Sudan per definire le genti nere, considerate potenziali schiavi. Le diverse società Nuba hanno in comune l'assenza di un potere centralizzato. Non hanno mai avuto capi. I "capi" sono stati inventati ed imposti verso il 1920 dal colonialismo inglese, che aveva bisogno di intermediari locali per poter poter applicare il principio dell'"indirect rule", ma non sono mai diventati parte integrante del modo di vita dei Nuba. Ancora oggi, come è stato per secoli, la coesione sociale dei diversi gruppi è garantita dal rispetto della tradizione, da consultazioni a livello di villaggio, dal consenso necessario per implementare ogni decisione importante, e da istituzioni come i sacerdoti delle religioni tradizionali (Kujur) e dai gruppi di età. Il Nuba è abituato ad essere consultato ed ascoltato nella gestione ordinaria della vita sociale, e a maggior ragione quando sono in gioco decisioni importanti per il futuro di tutti. Questo atteggiamento ha profondamente influenzato anche lo SPLA (Sudan People Libaration Army) che sulle montagne Nuba ha assunto un suo volto particolare ed è stato fin dagli inizi della sua presenza costretto ad abbandonare la rigidità ideologica che lo caratterizzava. Nonostante l'isolamento, i Nuba hanno subito un processo di islamizzazione, che è avvenuto spontaneamente, soprattutto all'inizio di questo secolo. L'amministrazione Britannica nel 1922 con la Closet District Ordinance isolò i Nuba, sanzionanto un dato di fatto. Ma se nessuno entrava nella zona delle Montagne Nuba, non era proibito ai Nuba andare a cercare lavoro a El Obeid e Khartoum. Molti ritornarono islamizzati, e iniziarono un process che poi fu continuato dai mercanti arabi, al punto che oggi l'Islam, nella sua forma "africanizzata" - cioè tollerante e con elementi della tradizione africana - è la religione di almeno il 40% dei Nuba. Ma i Nuba, nonostante il governo Sudanese fin dall'indipendenza li abbia considerati dei mussulmani, stavano prendendo coscienza della loro diversità. Oggi i Nuba sono nell'occhio del ciclone. (Dall'introduzione di padre Renato Kizito Sesana )

"Di questa stagione, sui Monti Nuba le notti sono calde ed è più confortevole passare la notte all'aperto, sdraiati su un angareb - il lettuccio arabo fatto con un'intelaiatura di legno e strisce di pelle di capra intrecciate. Si prende sonno guardando i fuochi che si spengono fuori dalle capanne sulla collina di fronte, accompagnati dai bisbigli e dalle risa dei bimbi che nelle capanne vicine si stanno probabilmente scambiando le loro impressioni sul khawaja (il bianco) che ogni tanto arriva da lontano. E ogni volta che si riaprono gli occhi, ci si trova immersi nell'universo.
Mi alzo. Gli amici nuba che
mi accompagnano non si muovono. Hanno voluto lasciarmi il privilegio dell'unico angareb che ieri sera era disponibile, loro dormono su stuoie poste direttamente sulla terra. Questo respiro leggero è il loro, o è il respiro del creato? "

Padre Kizito è tornato ancora e anche recentemente tra i Nuba, e di questo suo viaggio ci regala una fotografia scritta tra un volo preso... al volo, una foratura, un'immagine deliziosa e nel contempo tragica di un popolo che ha saputo rialzare sempre la testa.

Ecco le sue parole:

Sono a Loki. Era uno sperduto villaggio Turkana nel Nord del Kenya, al confine col Sudan, quando ci sono passato la prima volta nel febbraio del 1989, successivamente e’ diventato centro operativo della quella che e’ stata la piu’ lunga e costosa operazione umanitaria delle Nazioni Unite, l’ Operation Lifeline Sudan, o OLS. Sono appena uscito dopo poco piu’ di 48 ore sui Monti Nuba. Piu’ di un giorno intero diversi voli per entrarci, poco meno di un giorno per uscire. Saltando da un aereo all’ altro, l’ultimo, un grande Antonov cargo, preso letteralmente di corsa, mentre coi motori gia’ al massimo iniziava a muoversi sulla pista di Kauda. Sono entrato dal portellone posteriore a scivolo ormai pronto a chiudersi, e gli amici Nuba sono riusciti a buttarmi dentro il bagaglio prima che si chiudesse l’ultimo spiraglio.

Un viaggio segnato dalla presenza invasiva delle capre. Arrivando a Kauda su un aeroplanino con altri cinque passeggeri, il pilota ha tentato tre volte di atterrare, sempre ostacolato da un gregge di capre che non avevano nessuna intenzione di spostarsi, fino a che un pastorello e’ arrivato di corsa e le ha convinte a lasciarci via libera. Poi carne di capra a pranzo e a cena, per due giorni. Un capretto ieri sera si era pensosamente accomodato sul mio “letto”, non so quanto a lungo, ma per il tempo sufficiente da impregnarlo del suo odore e a costringermi a dormire legandomi sul naso un fazzoletto impregnato di succo di limone. Poco comodo, ma l’alternativa sarebbe stata dormire all’ aperto, per terra. Altre capre ci guardavano beffarde stamattina, mentre cercavamo disperatamente di far ripartire l’ auto insabbiata per non arrivare in ritardo all’ aereo, che poi appunto abbiamo rischiato di perdere.

Nel viaggio di andata verso i Nuba ho fatto una sosta di qualche ora a Rumbek, in Sud Sudan. C’ero stato per la prima ed ultima volta nel luglio del ’97, accompagnando l’allora Amministratore Apostolico, mons. Mazzolari e l’ ambasciatore che gli USA avevano ritirato alcuni mesi prima da Khartoum. Era con me, in funzione di video-operatore, Andrew Awour, uno dei primi ragazzi di Koinonia a Nairobi. Andavamo a prendere visione di cio’ che era rimasto della citta’ a della missione cattolica, pochi mesi dopo che era stata conquistata dallo SPLA. Dall’aeroplanino, anche volando bassi, si vedevano pochissime tracce di presenza umana. Dopo l’atterraggio venni subito bloccato dal personale delle famigerata “polizia segreta” dello SPLA che mi informo’ di essere “un rischio per la sicurezza del sud Sudan” e mi obbligo’, usando come argomento 4 Kalashnikov puntati, ad aspettare all’ ombra dell’ala dell’ aereo che gli altri tornassero dal giro di ispezione.. Gli altri, anche i due gorilla dell’ ambasciatore, preferirono fingere di non vedere e di non capire, per evitare incidenti. Solo Andrew ritorno’ sui suoi passi e si fermo’ a protestare, e voleva restare con me, ma lo convinsi ad andare a fare il video. Andrew mori nel novembre dello stesso anno, in un banale incidente stradale. Una perdita che un quel momento avrebbe potuto essere fatale per Koinonia, tanto centrale la sue figura are diventata per l’allora piccolissima comunita’. Oggi per gli standard sudanesi, Rumbek e’ una cittadina: qualche strada, qualche casa in muratura, molte capanne in fango e paglia, molte ONG e molti servizi disponibili alla gente, scuole e ospedali. Siamo al colmo della stagione secca, e c’era un caldo feroce, certamente sopra i quaranta, e meno sopportabile del caldo dei Monti Nuba, dove l’ aria e’ sempre mossa.

Ho fatto questa escursione sui Monti Nuba per riportare con me a Nairobi un maestro bisognoso di cure mediche non disponibili sul luogo, e ne ho approfittato per rimpinguare le casse dei progetti con un po’ di fondi in contanti e visitare le sue scuole elementari e l’ istituto per la preparazione dei maestri. I progetti funzionano bene, insegnanti e alunni sono impegnati al massimo, ma la finanze vacillano. Con la pace in Sudan i Nuba sono sono neanche piu’ nella lista non dico delle emergenze, ma neanche in quella delle necessita’ croniche. Cosi la cooperazione internazionale se ne va. Se non troviamo qualche modo nuovo per sostenere queste scuole non so come faremo a continuare.

E’ stata un’ opportunita’ anche per incontrare i nostri “maestri missionari”. Quasi esattamente due anni fa durante una delle mie visite ai Nuba mi ero trovato ad avere tre circostanze favorevoli: la prima era che era la stagione secca e si poteva viaggiare abbastanza discretamente, poi avevo tre giorni liberi e avevo anche a disposizione un’ auto in condizioni decenti. Decisi di tentare il viaggio da Kauda a Kau, il mitico villaggio Nuba dove la Leni Riefenstahl aveva scattato a meta’ degli anni settanta delle foto che sono diventate iconiche per chi si interessa di fotografia: i lottatori Nuba, i loro volti dipinti con disegni geometrici di incredibile bellezza fantasia, le danze delle ragazze. A Kauda due Nuba erano disposti ad accompagnarmi e uno diceva di sapere la strada. Stimavano che ci sarebbero volute delle 5 alle sei ore d’auto. Cosi una mattina alle 7 siamo pariti in cerca della mitica Kau, col il pick-up Toyota 4×4 con bidone con 60 litri di diesel, tende e qualcosa da mangiare. Cammina e cammina, attraverso paesaggi da mille e una notte, anzi guida e guida, e dopo cinque, sei, sette ore comincio a pensare che la mia guida non sappia dove siamo. Ma lui mi assicura del contrario, anche perché, facendosi la notte vicina sembrava la cosa piu’ ragionevole da farsi. La pista dopo qualche ora era scomparsa, e mantenevamo una media di non piu’ di 20 kilometri all’ ora, attraversando lentamente boschi, savane, wadi (o letti di fiumi temporanei che nella stagione secca non hanno acqua) sempre col pericolo di insabbiarci e non muoverci piu’. Devo usare tutte le mie risorse e esperienze di guida in Africa. Dopo un falso allarme alle otto di sera, una sera senza luna, finalmente alle nove e mezza siamo arrivati. Meno male perche’ il diesel sta per finire. La pista si fermava in mezzo ad alcune capanne. E dalle capanne uscirono delle persone vestite con i lungi gellaba arabi. Scendiamo per chiedere dove siamo, ma le cose non sono cosi semplici. Siamo in Africa, nell’ Africa tradizionale, dove prima di scambiarsi informazioni e’ importante conoscersi. Ci confermano che siamo a Kau, ma dobbiamo sederci, aspettare che ci portino acqua da bere e kisra con carne da mangiare. Poi ci chiedono la ragione del nostro viaggio. Spiego che vorremmo stare un giorno con loro, e incontrare il loro “mek”, il re. Assentono, offrono di accompagnarci dal mek., che , dicono, e’ mezz’ora di distanza se si va a piedi. Faccio salire altri due accompagnatori sull’ auto, ma i nostri due che vanno a sedersi nel cassone scoprono con allarme che probabilmente durante l’ ultima fase del viaggio quando eravamo tutti stanchissimi e non capivamo piu’ niente, il box del diesel sie era rovesciato. Eravamo senza diesel a circa 250 km da Kau.

E’ arrivato l’ aereo. Chiudo e fra poche ore a Nairobi inseriro’ questo testo nel blog. Continuero’ la storia domani.

Ci avviamo verso la capanna del mek, e foriamo… Abbiamo solo una ruota di scorta, un’altra foratura e non ci muoveremo piu’. Comunque cambiamo la ruota e sono ormai passate le 11 quando arriviamo vicino alla capanna del mek. Non si scompone, sta dormendo all’ aperto su un tradizionale hangareb. Si infila la giallaba e ci riceve con grande gentilezza. Ancora acqua, ancora kisra con carne. Bisogna per forza rilassarsi e non pensare a che non abbiamo piu’ diesel e ruota di scorta. Il mek avra’ quarant’anni, parla un inglese stentato ma preciso e comprensibile, e’ estremamente gentile e contento della nostra visita. Dopo ulteriori convenevoli e una tazza di the caldo ci fa indicare le capanne dove passare la notte.

Al mattino grande raduno, presentazione di tutti, e visita ufficiale all’ unica cosa che il mek considera all’ altezza dei visitatori: la scuola. Con nostra meraviglia infatti troviamo una scuola elementare con quasi 400 bambini e due maestrine arabe, inviate da Khartoum. L’ edificio e’ in pietre, mattoni e cemento, terminato da pochi mesi,  col tetto in lamiere zincate, molto solido e spazioso, potrebbe ospitare almeno il doppio degli alunni. Il mek ci chiede con insistenza di inviargli due altri maestri, perche’ le due ragazze non ce la fanno.

Intanto vediamo quanto sia vero quello che mi avevano riportato. In conseguenza di fatti non ancora chiari avvenuti alla fine degli anni 80 – un attacco militare di cui governo e SPLA si attribuiscono reciprocamente la responsabilita’ - tutto il villaggio di Kau e’ passato dalla parte del governo e sono tutti ufficialmente musulmani. La nudita’ delle foto della Riefenstahl non solo e’ scomparsa sotto le grandi gellaba, ma e’ vissuta come un passato di cui vergognarsi. I disegni tradizionali sono scomparsi dappertutto. Resta il paesaggio di grandi rocce, l’architettura della capanne simile a quelle dei Dogon del’ Burkina Faso, ma durante la lotta che organizzano per noi al pomeriggio sembra che i lottatori si siano messi addosso tutti i vestiti che avevano a disposizione. E’ penoso che un passato di grande bellezza, che esprimeva certamente una grande armonia interiore, sia stato non solo cancellato, ma demonizzato. Ma ogni accenno all’ argomento, ogni richiesta di incontrare persone che hanno conosciuto la Riefenstahl, causa irrigidimento e chiusura. Il mek sa che sono un missionario, chiede una nostra presenza, fatica a capire che e’ una richiesta che va ben al di la’ delle mie forze. Ma gli prometto che appena possibile gli manderemo da Kauda due dei nostri maestri.

Dove’ il piu’ vicino distributore di diesel? A Kauda. Ma a qualcuno viene in mente che c’era un mulino per macinare il mais, e’ rotto ormai da anni, ma quando funzionava aveva un motore diesel. Non ci sembra vero quando troviamo quasi cento litri di diesel in un vecchio bidone.

Il ritorno fu peggio dell’ andata. Il diesel era sporchissimo e inizialmente ogni venti kilometri poi smepre piu’ spesso. dovevamo fermarci e pompare a forza il diesel attraverso il filtro, dopo aver cercato in qualche modo di pulirlo. Ma siamo rientrati, perfino senza un’ altra foratura.

Era il marzo del 2006. Non sono riuscito a mantenere la promessa di mandare i maestri a Kau se non nell’ ottobre del 2007, e per farmi perdonare di maestri gliene ho mandati tre. Con l’ istruzione di essere una presenza discreta, che si impegnino al massimo per far crescere la qualita’ dell’ insegnamento nella scuola, di essere anche al servizio delle richieste di alfabetizzazione degli adulti. E di rispettare la cultura e le scelte presenti della gente.

Due dei nostri maestri missionari erano a Kauda in questi giorni, per chiedere altri libri e quaderni. Ci sono arrivati dopo un viaggio di tre giorni, in parte a piedi e in parte con passaggi sui pittoreschi camion dei mercanti arabi che di tanto in tanto passano per queste strade. Come vanno le cose a Kau? “Bene, i bambini assorbono l’ insegnamento come spugne. Ogni tanto c’e’ qualche brontolio di qualche isolato fanatico musulmano contro questi maestri mandati da un bianco, ma la gente e’ buona e gentile, ed e’ contenta della nostra presenza. Se Dio vuole, aiuteremo a stabilire un buon dialogo con tutti.”.

Le immagini che riporto qui sono tratte in parte dall'opera di Leni Riefenstahl (V. nota inizio articolo di Padre Kizito)nuba46 korongonuba37Nuba1-8 © tutti i diritti riservati

 

 

postato da: aironedistelle alle ore marzo 19, 2008 22:44 | Permalink | commenti
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